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Non possono e non devono esistere gesti così disperati, questa società e l’insoddisfazione continua che produce ad ognuno di noi, non può vincere contro la voglia di vivere e di lottare.
Lottare… questa è la parola che chi compie gesti estremi come il suicidio, non riesce più a pronunciare. Non riesce più a considerare una vita fatta di sacrifici, difficoltà, obiettivi mai raggiunti e tanta solitudine.
Chi si appella a un salto nel vuoto senza ritorno è perché ne ha davvero a basta, non esistono più vie di fuga al suo pessimismo, non esiste depressione diagnosticata che possa descrivere il malessere che ormai si fa largo nel cuore freddo e spompato.
Troppi giovani decidono che in questa vita non c’è più nulla da assaporare, da scoprire, niente per cui valga la pena di continuare a darsi da fare. 
Un grande e immenso vuoto, un ultimo respiro poi gli occhi si chiudono, un fruscio di capelli come un battito di ali, poi un suono tordo.
Un grande immenso vuoto, lasciato a chi resta, lasciato al mondo, un grido silenzioso spento per sempre.
E poi voci confuse, dispiaciute, rattristate… “povero ragazzo”.
Non esiste alcun povero, non esiste alcun “era”, esiste una persona che come noi non ne può più ma che, più di noi, era fragile e ha scelto di non esserlo più.
Non ci sono colpe ne capri espiatori, non si “poteva fare qualcosa o fare di più”, semplicemente saremmo dovuti nascere in un mondo migliore, in un mondo con prospettive di vita soddisfacenti, un mondo in cui forse non avremmo avuto nulla ma il cuore e lo spirito sarebbero stati liberi di essere, liberi di volare.

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