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E continuo a soffrire perché questo sono io…
perché è l’unica cosa che conosco, perché è l’unica cosa che ho imparato; come un flagellante in processione sfilo nella via crucis della vita, martoriando le mie carni, fissando orizzonti che non raggiungerò mai:
in fondo cosa chiedo?
Non chiedo niente, sono così semplice che mi accontenterei di non provare nulla, di poter avanzare e basta, di poter consumarmi fino al giorno della morte,
senza arte né parte
senza né gioa né dolore
nel grigio
nel limbo
e invece…

dualità, questa mia maledizione.

Che strazio questo conflitto che mi sconvolge,
che mi toglie un equilibrio stabile, che mi priva di un centro.

Da una parte il lavoro che mi impone di essere preciso come un orologiaio svizzero, dall’altra il tempo libero in cui proprio non mi riesce più di rimanere in ordine; tira di qui, tira di là, nasce un contrasto che mi porta al caos.

Questa maledetta dualità mi colpisce anche nelle emozioni
più faccio qualcosa che mi esalta e che mi piace, più il giorno dopo sto male, proprio come un tossico in crisi d’astinenza. Più mi convinco che non ho bisogno di qualcosa, più ne sento il bisogno. Più mi convinco di star bene da solo, più sento il bisogno di compagnia.
Vivo una condizione di eterno strazio, ma, d’altronde, è l’unica vita che conosco.

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